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Alzheimer per me è una
trilogia delle vie con nome, che inizia con "A"; la via
dell'Amore, la via dell'Accettazione, la via dell'Accudire. Per me
queste vie di varia lunghezza è larghezza si intrecciano, si
sovrappongono, si sostengono, più delle volte fanno "crash".
Alzheimer, che parolona,
cosa si cela d'imprevedibile sotto, sa solo a chi tocca. Dott.ssa ha
detto, che bisogna scendere dal binario sul quale viaggiavamo
fin'ora. Buon consiglio, ma si dice che tra dire e fare c'è un mare.
Infatti, giusto. Sono in un altro binario, ma Alzheimer e più furbo
di me. Ho bisogno di una certa sveltezza nel salire su altro binario.
Ho bisogno riconoscere in un nano secondo in quale stazione del mondo
mi trovo, se conosco la lingua per poter comunicare. Non si tratta di
chiedere, ma di capire.
Sinceramente al inizio
non mi aspettavo tanto dal Gruppo. Ero scettica, può darsi mi
sopravalutavo. Pian piano devo riconoscere la validità del sistema.
Altri componenti del Gruppo, fissi, saltuari , insomma tutti mi
sembrano più preparati di me. Sanno più sulla malattia, oppure
hanno elaborato Loro sofferenza. Hanno fatto un pacco, piccolo o
grande, ma sembra che si sono accostati alla persona malata con un
certo saper fare. Io invece ancora sono smarrita nel bel mezzo (non
dico strada, a me sembra una prateria/steppa senza confini). Ogni
tanto alzo gli occhi e scruto l'orizzonte. Non scorgo nulla. Non noto
niente. Sembra un miscuglio dei colori verde sbiadito, azzurro
pallidoe gran silenzio, che mi
turba. Nel bel mezzo non si muove nulla. Mio nipote mi ripete: anche
per Te un giorno brillerà il sole. Mi domando, dove? Sulla terra, o
altrove? Piccoli accorgimenti fanno piccoli passi, cosi vado sempre
avanti, qualche volta mi fermo, altre volte accelero. E' vero, che
non si può discutere con il malato-sano. Devo prendere in
considerazione, che assenso del interlocutore non mi da nessuna
soddisfazione. Neppure tacere non si può a lungo. Uscita c'è, credo
(perché mi aiuta a vivere), ma io non la vedo. Si è prigionieri
delle parole date, della opinione altrui, dell'amore?
Tante
parole-fatti-sentimenti ci tengono ancorati a qualcosa, che non so
definire, oppure non voglio. Rimanda a poi, ai tempi migliori ( ma ci
saranno dopo il passaggio del rullo compressoredi Alzheimer?, per i
caregiver ed altri famigliari?).
Gli amici, conoscenti,
parenti ci salutano per strada, ogni tanto dalla finestra. A volte
nello smarrimento del tempo li raggiungo telefonicamente. Questo è
vita sociale! Fuggo ogni tanto da qualche parte, ma non riesco
instaurare un rapporto continuo in nessuna direzione. Sono gli altri
che mi propongono questo o altro, io accetto o rifiuto, ma dipende
tutto ciò dallo stato d'animo del momento. Come se io fossi assente.
Ma io ci sono ancora? Oppure non ci sono più? Altro giorno mio
marito mi ha detto, che devo morire prima di lui. Non mi ha sconvolto
più di tanto. Davanti ai miei occhi si è presentata tutta la
miseria della quotidianità, affannosità. Una volta hanno paragonato
lo sforzo di una partoriente a un carro pieno di carbone trainato in
salita. Però, alla fine la donna ha fatto un bel bambino! Caregiver
tira il carretto, ma alla fine, cosa la aspetta? Se il carretto si
rovescia? Se il carretto torna indietro? Non posso scaricare il
carbone per alleggerireil peso, perché sono
occupata a tenere in bilico con le mie sole forze. Se il carretto mi
investe?
Scaccio il "tetro
pensiero", lo fermo al primo incrocio, se me ne accorgo che
avanza in orizzonte, faccio tutti i possibili scongiuri, raccolgo le
ultime forze e avanzo, ma lentamente, mi sembra di essere ferma.
Sogno; un giorno
svegliarmi al mattino e ripiombare nel letto senza avere
preoccupazioni di niente. Avere il senso di pace, di tranquillità.
Poter scrutare l'orizzonte, vedere camminare i cammelli,correre i cavalli i lupi,
agguati delle linci, svolazzare i corvi.
Strano, non desidero
vedere le persone. Sono un tipo solitario? Chiudo gli occhi e spero.
La speranza è un fiore molto delicato. Bisogno curarlo con amore.
Averlo sempre nei momenti liberi nel pensiero. Appena mi trovo in
difficoltà, situazioni pesanti, che sembrano essere non risolvibili,
corro ai ripari. Apro la porticina col scritto : "La speranza".
Non so dove la tengo, non mi ricordo dove la appoggio, ma come per
incanto è sempre a portata di mano. Può essere che abbia imparato
in internet da "Google"? La parola "chiave", come
un "passe partout" mi aiuta ad addormentarmi, tirare un
sospiro ( allontana il tappo dai polmoni, che non mi permette di
respirare con tutta l'ampiezza), la mancanza dell'aria mi avverte,
che sto passando la soglia di tolleranza dello stress. E cosi
semplice sul momento, ma cosi difficile nel tempo. Non so il perché
mi si affaccia sempre il detto: "speranza è sempre ultima a
morire"? Non la vedo cosi. Però non ho elaborato, non avevo
tempo, non mi interessava? Mi accorgo, che mi piacciono le doppie
lettere nella lingua italiana, le metto anche dove non ce n'è
bisogno. La speranza dentro di me tante volte non la percepisco, la
ignoro, non è degna di essere presa in considerazione, finché ho la
forza di agire. Quando non ho più risorse, allora sì, la cerco. Si
vede, che con avanzare delle difficoltà alle quali non trovo altri
rimedi, mi accontento con quello che capita sotto gli occhi. E'
triste, se solo la speranza mi è di sostegno.
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